mercoledì 13 maggio 2009

Non è democrazia



C'è chi vuole i vagoni separati per i milanesi e gli stranieri. Non è democrazia: è apatheid.
C'è chi respinge i disperati sui barconi. Non è democrazia: è razzismo.
C'è chi non vuole moschee in Italia. Non è democrazia: è fanatismo religioso.
C'è chi sputa vergogna sul tricolore. Non è democrazia: è leghismo.

C'è chi difende i leghisti. Non è democrazia: è connivenza.
C'è chi vuole un parlamento di nominati. Non è democrazia: è dittatura.
C'è chi vuole un parlamento coi poteri ridotti. Non è democrazia: è fascismo.
C'è chi vuole ridurre il potere della magistratura. Non è democrazia: è regime.
C'è chi vuole i lavoratori precari e divisi. Non è democrazia: è capitalismo.

lunedì 4 maggio 2009

Lasciamola in pace.



Ora lasciamola in pace. Anche se è la moglie di Berlusconi, e quindi necessariamente sottoposta ai flash e agli obbiettivi di tutta Italia, è innanzitutto una donna, che adesso vive il dolore di un divorzio dopo 29 anni di matrimonio. I più cinici evidenzieranno che, comunque, il divorzio porterà a Veronica Lario e ai suoi tre figli un immensa somma di denaro, proprietà immobiliari in località esclusive, ecc... Tutto vero. Però non dimentichiamo anche ciò che questa donna ha dovuto subire: un marito infedele e che si vantava della sua infedeltà, un leader politico che ha fatto diventare ministro una che gli succhiava l'uccello (parafrasando la Guzzanti) e che alle europee stava per candidare soubrettine, veline, ochette da strapazzo e vacche da monta (nel vero senso della parola). Nessuno obbligava Veronica a rimanere con Silvio, certo. Poteva divorziare anche prima. Il fatto che abbia atteso, a molti, parrà opportunismo. A me invece pare disperazione, volontà di credere che si potesse ricucire gli strappi, che col passar del tempo alcune fujitine del premier cessassero.

Già nel 2007 c'era stata la prima avvisaglia della crisi familiare: tutti ricordiamo la lettera a Repubblica, in cui Veronica stigmatizzava gli atteggiamenti "galanti" (in realtà cafoni) di Silvio verso le altre donne. Oggi, dopo l'ennesima perla di Berlusconi (andare al compleanno di una sconosciuta che lo chiama "Papi", dopo essere mancato ai compleanni dei figli) e dopo che il ciarpame per l'imperatore stava per essere candidato alle europee, Veronica è esplosa. Resasi conto che non si poteva salvare più nulla, ha deciso di chiedere il divorzio.

Ovviamente, i giornali di regime si sono subito scatenati: il punto più basso è stato raggiunto, per il momento, dal quotidiano Libero diretto dal servile Feltri, che ha pubblicato foto osè fatte in giovane età dalla futura signora Berlusconi. La campagna mediatica contro Veronica è cominciata, in concomitanza con la campagna elettorale. Berlusconi sa bene che un altro divorzio non sarà ben visto dagli elettori cattolici, quindi bisogna far passare Veronica per una attricetta, una sgualdrina, una donna da cui è giusto divorziare.

Sicuramente, vi saranno altri che partiranno alla carica, mentre alcuni sceglieranno la linea proposta da Gianni Letta: silenzio. Meglio non parlare di questa vicenda privata. Probabilmente, Bruno Vespa sceglierà questa opzione. Lo stesso Emilio Fede eviterà di parlare.

L'Imperatore è nudo. L'Imperatrice lotta per la sua dignità, e quella dei figli.

venerdì 1 maggio 2009

Festa del Lavoro e dei Lavoratori



Un Primo Maggio dei diritti, per rimettere in primo piano le aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori, le rivendicazioni dei milioni di cittadini che vivono sulla pelle gli effetti della crisi economica, le legittime ambizioni di coloro che sono sprofondati loro malgrado nel girone infernale della precarietà.
Un Primo Maggio di speranza, per tutti coloro che non si arrendono al berlusconismo e alla più becera subcultura populista e mercantile. E invocano, fin dalle prossime elezioni europee, una svolta di sinistra e di progresso sociale.
Un Primo Maggio di lotta, a beneficio di chi rischia l’espulsione dal ciclo produttivo e rivendica un futuro degno di questo nome, con al centro il grande tema dell’uguaglianza.
Un Primo Maggio di cordoglio, per ricordare i milletrecento lavoratori morti su un ponteggio, sotto un capannone o su una banchina portuale e per abbracciare idealmente tutti i loro familiari.
Noi, Comunisti Italiani, attribuiamo, dunque, alla Festa del lavoro un significato niente affatto rituale: la vogliamo riempire con i piccoli e grandi problemi della quotidianità di chi lavora, con le piccole e grandi speranze che animano tutti i cittadini che non si arrendono allo stato di cose presenti. Noi, Comunisti Italiani, saremo in piazza con loro, per aiutare tutto il mondo del lavoro a riprendere in mano il suo destino.

martedì 28 aprile 2009

Una scusa chiamata crisi



C'è la crisi. Lo sappiamo. Ce lo ripetono tutti, da tempo. Specie i padroni, che giustificano i licenziamenti, la cassa integrazione, il mancato rinnovo dei contratti, la contrazione dei salari dicendo che la crisi è globale e loro non possono farci niente. Tutte scuse. Una crisi globale deve avere soluzioni globali, e per quanto ci riguarda la soluzione è possibile solo mettendo in discussione il sistema economico che ha generato questa ennesima crisi: il capitalismo. Un capitalismo barbaro che licenzia milioni di lavoratore e genera profitti e bonus per i manager. Poi qualcuno ha lo stomaco di scandalizzarsi se i lavoratori sequestrano per qualche ora gli amministratori delelgati o i dirigente delle aziende che licenziano.

Ciò non toglie che, nell'emergenza, è possibile operare per alleviare le sofferenze dei lavoratori e dei cittadini, anche a livello nazionale. L'Inghilterra e gli Usa, che di certo non sono stati comunisti o socialisti, hanno nazionalizzato (parola scomparsa dal vocabolario politologico italiano) banche, industrie, aziende e istituti assicurativi. La Germania ha rifinanziato il Welfare, nonostante lo stato sociale tedesco sia già quello più forte ed efficiente in Europa. La Francia, dopo i ritardi di Sarkozy, ha immesso denaro pubblico nell'economia. E l'Italia? E il governo Berlusconi? Nulla. Non fa nulla, ne ascolta le opposizioni (parlamentari e non).

Ci sono state varie proposte, tutte puntualmente ignorate: aumento del 2% di irpef per i redditi superiori a 120mila euro; ripristinare la tracciabilità dei pagamenti (assegni e carte di credito); moratoria sui licenziamenti; reddito di disoccupazione; stage statali nel sud Italia; aumento salari per far ripartire i consumi.

Il governo, rispetto a queste proposte semplici ed emergenziali (quindi non strutturali, per il momento), ha risposto in due modi: bocciandole in parlamento, o semplicemente ignorandole.

domenica 26 aprile 2009

Il Partigiano Silvio



Tutti i principali quotidiani nazionali festeggiano la "svolta" di Berlusconi circa la sua partecipazione (prima volta) alla Festa della Liberazione e le parole da lui pronunciate in questa occasione. Frasi tipo: "La Resistenza è come il Risorgimento", "Questa è la festa di tutti gli italiani", "Rispettare tutti i morti, ma non ci può essere equidistanza".

Lo dico sinceramente: non mi fido. Questa "svolta" sembra più una operazione di marketing, un tentativo di sminuire il peso della destra nel neonato PdL, invece che un profondo ripensamento ed una consapevole presa di coscienza dell'importanza storica, culturale e politica della Festa della Liberazione (che il premier vorrebbe ribattezzare Festa della Libertà).

Certo, è comunque apprezzabile che, nonostante il colpevole ritardo, Berlusconi abbia finalmente presenziato alle iniziative del 25 aprile, ma non basta. Non può bastare. Perchè Berlusconi è e rimane colui che ha definito la nostra costituzione, figlia della Resistenza e dell'Antifascismo, "sovietica"; perchè Berlusconi è e rimane il capo di un governo che ha proposto l'istituzione dell'Ordine del Tricolore, in cui si sancisce de facto l'equiparazione tra partigiani e repubblichini; perchè alcuni ministri del Governo Berlusconi hanno un passato politico ignobile e fascista, e ancora oggi fanno dichiarazioni revisioniste (ultimo La Russa, che ha dichiarato che non è possibile considerare liberatori i partigiani "rossi").

Se qualcuno festeggia perchè Berlusconi ha un fazzoletto tricolore al collo, faccia pure. Io preferisco non festeggiare, ma stare tra coloro che contestano Alemanno, sindaco di Roma, esponente di punta del Movimento Sociale e di An, in passato autodichiaratosi fascista e autore di vari saluti romani.

sabato 25 aprile 2009

Liberazione

Oggi, 25 aprile, si festeggia la Liberazione dal nazifascismo. Una festa che tutta Italia dovrebbe vivere nel ricordo degli EROI che ci hanno liberato: i partigiani. Se poi qualche ministro post fascista dichiara che i partigiani "rossi" (cioè i comunisti) non sono da considerarsi liberatori, andrebbe preso a sprangate in bocca. Ormai, però, la nuova democrazia italiana consente a tutti di dire tutto, senza rispetto della storia e degli uomini.
Non va dimenticato l'apporto degli Alleati nella Liberazione, però va anche ricordato che quando gli Alleati giunsero, ad esempio, a Napoli, Firenza, Bologna, Milano... queste città erano già libere dal giogo nazifascista, in quanto i partigiani le avevano già liberate. Quindi senza i partigiani, basandoci solo sulle forze alleate, non ci saremmo mai liberati.
TUTTI gli storici affermano che l'apporto dei comuniti all'Antifascismo e alla Resistenza fu il più massiccio rispetto a tutti gli altri gruppi. Infatti, l'85% dei condannati dal Tribunale Speciale fascista apparteneva alle forze comuniste.
Vi saluto con la canzone resistenziale per eccellenza, BELLA CIAO:
« Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
E seppellire (Mi porterai) lassù in (sulla) montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire (Mi porterai) lassù in (sulla) montagna
sotto l'ombra di un bel fior.
E (Tutte) le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E (Tutte) le genti che passeranno
Mi diranno «Che bel fior!»
«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!» »

mercoledì 15 aprile 2009

Quando i rumeni eravamo noi...



Quando i rumeni eravamo noi… E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti. Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche. Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre confine. Clandestini appunto. Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell’Unione Europea. Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto. A metà del ‘900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati. La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale Ion Antonescu. Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su altri, i problemi dell’emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere degli Archivi di Stato grazie alla mostra “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”. Oltre cento documenti, molti gli inediti. Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell’Interno (Il documento.tif) inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di polizia di Zara e all’alto commissario di Lubiana. Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in Romania. Carmine Senise, uno dei partecipanti alla congiura del 25 luglio, l’ uomo che propose di fare arrestare Mussolini a Villa Savoia, fu anche il capo della polizia che stigmatizzò il comportamento dei connazionali: “La legazione in Bucarest segnala che alcuni connazionali, giunti in Romania a titolo temporaneo, non lasciano il Paese alla scadenza del loro permesso di soggiorno provocando inconvenienti con le autorità di polizia romene anche per il contegno non sempre esemplare da loro tenuto e per l’attività non completamente chiara dai predetti svolta”. La situazione lo preoccupava non poco: “Stante il crescente afflusso di connazionali in Romania si dispone che le richieste di espatrio colà vengano vagliate con particolare severità per quanto riguarda in special modo la condotta morale o politica degli interessati ed i motivi addotti, inoltrando a questo Ministero, Ufficio Passaporti, soltanto quelle che rivestano carattere di assoluta e inderogabile necessità”.
D’altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca dell’America, ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata, in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele. La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893 informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la prostituzione venissero chiamati “italiani”. Un’associazione di idee non certo lusinghiera. I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini, come testimonia una delle circolari esposte, vietò l’espatrio alla manodopera specializzata. Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel tritacarne dell’immigrazione clandestina. Che esisteva allora come oggi. La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e il 1973: gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi, con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in cui erano solo di passaggio. Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l’America tramite biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta dall’altra parte dell’Oceano, ad attenderli erano agrari che li costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza stipendio, il costo di quel viaggio della speranza. Anche questo “racket”, documentato con materiale del 1908 (Ministero degli Esteri pag. 1/2/3.tif), contribuisce all’affresco di un’epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni – criminalizzati, non graditi o sfruttati – eravamo noi.
A metà del '900 non erano gli italiani a considerare i romeni criminali, ma i romeni a controllare i confini per non essere invasi dagli italiani. Una lettera del ministero dell'Interno testimonia come Bucarest si lamentasse dei nostri connazionali. E non era la sola. A Bombay tutti coloro che avevano a che fare con la prostituzione venivano chiamati "italiani".


BABY MENDICANTI

Dai comuni dell'Appennino parmense tra il 1845 e il 1847 partirono 2022 minorenni. Erano stati dati in affitto ad adulti perché diventassero garzoni o ambulanti. Molti furono fatti mendicare, picchiati e maltrattati. 512 non fecero mai ritorno. Tra di loro Eligio, un orfano lasciato morire sulle strade di Londra perchè non rincasava con abbastanza denari.

Eligio Caramboli, nato all'Ospizio della Maternità di Parma il 4 febbraio 1835 da genitori sconosciuti. Per lui una strada tutta in salita: prima l'orfanotrofio poi l'affido a una famiglia di Varsi che, come spesso accadeva in quegli anni, prendeva in casa i trovatelli per avere braccia da lavoro. Eligio però era troppo debole, un "famiglio" tutt'altro che conveniente. Così si decise di farlo partire con uno degli uomini che stavano per emigrare. In tanti lo facevano e per le famiglie era un sollievo: i bambini, naturali o loro affidati, sarebbero diventati commercianti ambulanti di minutaglia o musici, avrebbero cercato la fortuna nelle città del mondo e per uno o due anni, a seconda di quanto stabiliva il contratto firmato, la famiglia avrebbe ricevuto un piccolo salario mensile. Eligio andò a Londra insieme a un uomo di nome Pietro Scartazza che poi lo affidò a Giacomo Basini, anni prima partito da Boccolo come garzone musicante e diventato "padrone". A Londra aveva a servizio diversi giovani della montagna che però trattava come schiavi: dovevano suonare l'organetto per le strade e questuare. Per quelli non abbastanza scaltri una crudele punizione: picchiati, lasciati a digiuno e fatti dormire all'addiaccio.
Eligio fu abbandonato in strada scalzo, seminudo, affamato, debolissimo nel rigido inverno della fine del 1857. Venne ritrovato da un suo compaesano, un parmigiano che a sua volta era stato dato in affitto a un emigrante ed era finito nelle mani d Basini da cui era riuscito a scappare diventando falegname. Impietosito scrisse una supplica alle autorità di Parma: "Vi prego di far sapere al padre e alla madre di questo che dovrebbero pensarci bene prima di mandare un figlio con assassini, canaglie, briganti che hanno il cuore come una tigre". Chiedeva, quindi, che qualcuno si attivasse perché il ragazzo potesse tornare a Varsi (LA LETTERA). L'ambasciata si mise sulle sue tracce, ma era troppo tardi: il ragazzo era già morto per "mal di petto". La storia di Eligio è venuta alla luce dopo un secolo e mezzo, ma scorrendo i documenti conservati nell'Archivio di Stato di Parma risulta evidente che come lui sparirono sulle strade d'Europa centinaia e centinaia di bambini della montagna. Venduti, affittati, fatti emigrare da uomini senza scrupoli con un destino molto simile a quello dei tanti bambini che oggi chiedono l'elemosina nelle nostre città.

martedì 14 aprile 2009

Su la testa!


L'ombra della camorra sull'Affaire Abruzzo



Una Irpinia due? Speriamo di no. Certo è che la torta della ricostruzione dell'Abruzzo è alquanto ghiotta. E le fette saranno parecchio grosse. Pioveranno miliardi di euro sulle zone disastrate dal sisma. E, come è noto, laddove vi sono i miliardi, c'è anche la malavita. Saviano, in un articolo su Repubblica, lo ha detto a chiare lettere: il rischio c'è, e la politica (locale e nazionale) non pare pronta a garantire realmente la ricostruzione di L'Aquila e provincia depurandola da ogni tipo di infiltrazione camorristica.

Come se non bastasse, vi sono ancora da chiarire le responsabilità delle imprese, dei costruttori, degli ingegneri, degli architetti, degli assessori...insomma di tutti coloro i quali hanno progettato, autorizzato e costruito i palazzi crollati, le case, l'ospedale, gli edifici pubblici. Sembra che addirittura, per costruire questi edifici, sia stata utilizzata la sabbia marina. Ci sono delle firme sotto quei progetti? Qualcuno ha autorizzato quelle costruzioni? Qualcuno ha seguito i cantieri?

Bene, vogliamo che siano rese PUBBLICHE quelle firme, che le imprese e gli imprenditori colpevoli siano radiati dagli albi e siano esclusi dalle gare d'appalto.

Giustizia per gli abruzzesi.

mercoledì 8 aprile 2009

Bastava rispettare le norme antisismiche...



Tutte le colpe degli imprenditori, dei costruttori, delle istituzioni. Catastrofi, come quella in Abruzzo, che potevano avere effetti notevolmente minori. La storica arretratezza italiana. I furbetti del mattone, che si arricchiscono sul sangue dei cittadini, in accordo coi governi locali e nazionali. Edifici costruiti al risparmio, senza rispetto delle norme antisismiche, da società che subappaltano e lucrano. Ora Berlusconi dice che costruirà una New Town che rispetterà le norme antisismiche. Chi ci crede, alzi la mano... non la alza nessuno??? Bertolaso che dice?

Leggete l'intervista apparsa su La Repubblica:


UN TERREMOTO di grado 7, nell'Appennino meridionale provocherebbe tra i 5 e gli 11mila morti, in Giappone 50. Un sisma ancora più violento (intensità 7,5) in Calabria causerebbe tra le 15 e le 32mila vittime, appena 400 in una città densamente popolata come Tokyo. A fare la stima dei possibili danni di un identico sisma in Italia o in Giappone è uno studio di Alessandro Martelli, che insegna "costruzioni in zona sismica" all'università di Ferrara, dirige la sezione "prevenzione rischi naturali" all'Enea ed è presidente dell'Associazione nazionale di ingegneria sismica. "In Giappone un terremoto come quello dell'Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale" dice. "E invece da noi l'applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione". Il "segreto" del Giappone (ma anche di California, Messico, Turchia, Nuova Zelanda) sta in tecnologie come i cuscinetti antisismici disposti alla base degli edifici, l'uso di acciai molto più elastici del normale, la fibra di carbonio che avvolge i pilastri e li rende più resistenti alle fratture, apparecchi detti "dissipatori" che assomigliano agli ammortizzatori di un auto e vengono disposti tra un piano e l'altro degli edifici più a rischio. "Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell'ingegneria antisismica" sottolinea Rui Pinho, che insegna meccanica strutturale all'università di Pavia ed è responsabile del settore rischio sismico all'European Centre for training and research in earthquake engineering. "Lo provano i casi di California e Giappone, dove sismi molto potenti provocano danni limitati". In Italia un censimento degli edifici più o meno resistenti ai sismi esiste, ed è in mano tra gli altri alla Protezione Civile. Viene però classificato tra i "dati sensibili" e non è reso pubblico. "Divulgarlo potrebbe generare paure ingiustificate tra la popolazione" spiega Pinho. Secondo cui a subire i danni maggiori durante un sisma sono soprattutto gli edifici in muratura ("Solo il 10% dei palazzi che crollano sono di cemento armato") e l'80% delle strutture edilizie italiane è in grado di uscire indenne da un evento come quello abruzzese. "A crollare per una magnitudo 5 o 6 è lo 0,5% degli edifici" dice l'ingegnere di Pavia. "Una percentuale piccola, eppure l'evento è così disastroso da lasciare difficilmente sopravvissuti".
La "vulnerabilità" degli edifici dell'Aquila, in particolare dell'ospedale San Salvatore, non è passata inosservata nemmeno alle Nazioni Unite. Dopo che un sisma classificato come "di intensità moderata" ha distrutto parte dell'Abruzzo, l'agenzia dell'Onu per la prevenzione delle catastrofi ci ha ricordato il dovere di adottare di più i criteri antisismici. "Costruire un edificio nuovo nel rispetto delle norme antisismiche fa lievitare la fattura del 3-5 per cento. Risparmiare una cifra ridicola e non rispettare le norme di sicurezza è un gesto criminale" ha detto lunedì Pascal Peduzzi, consigliere scientifico dell'agenzia Onu basata a Ginevra "International Strategy for Disaster Reduction". Ieri gli ha fatto eco il direttore dell'Isdr, Salvano Briceno: "Gli ospedali avrebbero dovuto essere rafforzati meglio, riducendo la portata della catastrofe. Si tratta di edifici essenziali, che bisogna rafforzare in modo prioritario". Il San Salvatore "è stato costruito 15 anni fa, quando già si disponeva delle informazioni tecniche" per difendersi dalla violenza delle onde sismiche. "L'Italia - secondo Pinho - ha una normativa e un livello della ricerca che sono all'avanguardia nel mondo. Il vero punto debole è l'applicazione delle leggi". Per iniziare a costruire le scuole con criteri anti-terremoto, in Italia, c'è voluta la tragedia di San Giuliano. "Quell'istituto, il primo in Italia, ora è stato ricostruito con un isolamento sismico alle fondamenta. Altre 15 scuole attualmente sono in costruzione con la stessa tecnica, di cui sei solo in Toscana" spiega Martelli. Alle lungaggini della politica, in Italia si sovrappone una storia edilizia lunga e stratificata. "Abbiamo edifici di centinaia o migliaia di anni - sottolinea Giampaolo Cavinato, ricercatore dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr. "A volte si è ricostruito sulle rovine di edifici distrutti, e perfino capire come sono fatte le fondazioni diventa difficile".

Sul morto al G20

In questo momento, naturalmente, l'attenzione dell'opinione pubblica è giustamente focalizzata sugli accadimenti in Abruzzo. Passano in secondo piano altre notizie importanti. Come il video pubblicato sul sito del The Guardian, in cui si vede un agente spingere a terra l'uomo che di lì a poco morirà d'infarto durante le manifestazioni contro il G20. Nelle immagini, si vede chiaramente come l'uomo non faccia nulla, cammini tranquillamente, e non si spiega perchè lo sbirro decida di spingerlo a terra.
http://tv.repubblica.it/copertina/g20-il-morto-e-la-polizia/31499?video

martedì 7 aprile 2009

Cassandra o scienziato?



"E' impossibile fare previsioni". Guido Bertolaso taglia corto. I terremoti non si prevedono, insiste il capo della Protezione civile oggi che l'Abruzzo è stato devastato dal sisma e che le parole di Giampaolo Giuliani suonano pesanti. Ma Bertolaso non arretra: "Il sisma non era assolutamente prevedibile, mentre il sistema dei soccorsi è stato tempestivo". Ed era stato proprio lui ad accusare di "procurato allarme" chi, come Giuliani, aveva messo in guardia dall'arrivo del sisma. "C'è gente che si diverte a spargere notizie infondate ed allarmi" aveva detto il capo della Protezione civile il 31 marzo. In un' intervista ad una emettente televisiva locale Gliuliani aveva parlato del suo lavoro presso il laboratorio e della messa a punto di uno strumento chiamato "Precursore sismico," che permetterebbe di rilevare con un anticipo di 6-24 ore l'arrivo di un terremoto e che sarebbe basato sull'esame del comportamento del Radon all'interno del terreno. Qui le dichiarazioni di Giuliani. (http://www.repubblica.it/)


Anche su Facebook è nato un gruppo di sostegno a Giuliani.I promotori sono due colleghi di Giuliani, Mirko Rocci e Fabrizio Cimino. Ecco l’appello:
Non ripetiamo gli errori fatti con Antonio Meucci, Guglielmo Marconi e tutti gli altri inventori e scienziati italiani costretti a fuggire dalla nostra terra per regalare gloria ad altri!
AVETE LA MINIMA IDEA DELLA PORTATA DEL PROGETTO? PREVEDERE TERREMOTI SIGNIFICA SALVARE VITE UMANE, RISORSE ECONOMICHE, EVENTUALI DISASTRI AMBIENTALI, ecc..!
E’ nostro dovere approfondire, indagare, sperimentare, studiare… e soprattutto confrontarsi!
Per fortuna del terremoto hanno paura anche i politici che, anche se seduti su comode poltrone, qualche lampadario in testa possono sempre beccarlo.. e per certi speriamo che sia bello appuntito! Quindi coinvolgiamo tutti affinché vengano date risorse e credibilità ad un progetto che ha tutte le carte in regola per essere credibile.
Io, come fisico, pur non avendo una conoscenza specifica nel settore, ritengo plausibile quanto sostenuto da Giuliani. Spero di poter avere accesso a maggiori informazioni a riguardo al fine di valutare con una maggiore cognizione.
Credo che una società sviluppata debba avere il coraggio di dare fiducia e supporto a chi nel mondo della scienza ha idee o ispirazioni di portata colossale.

Leggete gli articoli:
http://www.ilcapoluogo.com/e107_plugins/content/content.php?content.14110
http://www.ilcapoluogo.com/e107_plugins/content/content.php?content.14364
http://www.cittamagazine.com/arretrati/marzo%202009.pdf
http://www.mysterychronicle.com/?page_id=85
http://www.aquilatv.it/video/giuliani-30-03-2009.asp?controllo=listaprogrammi
http://www.ilcapoluogo.com/e107_plugins/content/content.php?content.14517

Un programma per l'Europa



Diamo vita ad una lista anticapitalista che unisce in una proposta politica per l’Europa il PRC, il PDCI, Socialismo 2000 e i Consumatori Uniti. Lo facciamo insieme ad esponenti della sinistra, del mondo del lavoro e sindacale, del movimento femminista e ambientalista, del movimento lgbtq e pacifista. La lista lavora per un’uscita dalla crisi fondata sulla democrazia economica, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà.
Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi del capitalismo globalizzato. Ci opponiamo all’Europa liberista e tecnocratica e al governo di “grande coalizione” composto da socialisti, popolari e liberaldemocratici europei che ha fin qui dettato l’agenda della costruzione dell’Unione. Lottiamo con i movimenti sociali e le forze politiche di trasformazione di tutto il continente per UN’ALTRA EUROPA. Una lista che fa sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e contro la precarietà, per la libertà femminile, che si oppone al razzismo e all’offensiva oscurantista e clericale delle gerarchie ecclesiastiche. Che si batte per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra e per il disarmo. Siamo convinti che la questione morale abbia un valore universale, in Italia come in Europa. L’intreccio perverso tra politica e affari e l’uso clientelare delle risorse pubbliche sono fattori di degenerazione della democrazia, come intuì Enrico Berlinguer. La lista appartiene interamente al campo del GUE-NGL, il Gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica che unisce partiti comunisti, anticapitalisti, socialisti di sinistra ed ecologisti e al cui interno si colloca il Partito della Sinistra Europea. Le forze che danno vita alla lista si impegnano a continuare il coordinamento della loro iniziativa politica anche dopo le elezioni europee. La crisi e come uscirne Questa crisi non nasce per caso. E’ un prodotto strutturale dell’attuale capitalismo finanziario-speculativo Questa crisi è figlia delle politiche neoliberiste dell’ultimo ventennio. Politiche alle quali un contributo determinante è stato dato da questa Unione Europea, fondata sul dominio degli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali. Politiche che hanno animato un capitalismo d’azzardo e che sono state rese possibili da un consenso fra governi di centro destra e centro sinistra, da una grande coalizione formata da liberali, popolari e socialisti europei che ha condiviso i principi liberisti e la demolizione dello stato sociale portata avanti in questi anni in nome della deregolamentazione e del primato della libera concorrenza sulla società. Noi proponiamo una rifondazione dell’Europa. L’Europa di Maastricht, dei Trattati liberisti e a democratici come quello di Lisbona, della tecnocrazia e della subalternità alla NATO, è stata bocciata da referendum popolari in ogni paese dove si è votato. Noi siamo in favore di un’Europa dei popoli, per un processo costituente democratico e sovrano, di un’Europa della pace e del disarmo. Ci battiamo per cambiare le fondamenta di questa Europa. Il Patto di stabilità va sostituito con un patto per la piena occupazione e la riconversione sociale ed ambientale dell’economia. Va ridefinito lo statuto e la missione della Banca centrale , che va sottoposta ad un controllo democratico. Ci battiamo per la socializzazione del sistema finanziario e bancario, attraverso il controllo pubblico del credito e la nazionalizzazione delle banche. Siamo per la costruzione di uno stato sociale europeo. Il sistema fiscale europeo va armonizzato, fondandolo sul principio della progressività delle imposte. Le politiche economiche e sociali che sono la causa principale di questa crisi vanno rovesciate. Ci battiamo per ripubblicizzare quanto privatizzato, a partire dai beni comuni e dai servizi pubblici essenziali, come l’educazione e la conoscenza, la salute, l’acqua, l’energia. Ci battiamo per tassare i capitali speculativi, attraverso l’introduzione della Tobin Tax e l’abolizione dei paradisi fiscali. Per un’ Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, della piena e buona occupazione Ad oltre 15 anni dal Trattato di Maastricht, le condizioni di vita e lavorative della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiorate: orari di lavoro più lunghi, salari insufficienti, aumento della durata della vita lavorativa, aumento della disoccupazione giovanile e della disoccupazione a lungo termine, lavori brevi, impieghi temporanei e stage non retribuiti costituiscono una scandalosa realtà. Una realtà che in Italia produce la vergogna dell’aumento dei morti sul lavoro. I profitti sono aumentati vertiginosamente: i manager ricevono stipendi astronomici, indipendentemente dai loro risultati. I ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Non sono i lavoratori e le lavoratrici a dover pagare la crisi, mentre le banche e la finanza speculativa che l’hanno causata vengono salvate. La logica sottostante ai piani di intervento sin qui approvati sono la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. La politica dei bassi salari e del lavoro precario è il cuore del problema. Quello che serve, in Europa, è un piano per la piena occupazione, attraverso la creazione di un fondo che sia finanziato attraverso la tassazione della speculazione finanziaria e della rendita. L’attuale politica di bassi salari, il dumping ambientale e sociale e l’estensione della precarietà, vanno fermati. L’aumento di salari e pensioni è non solo doveroso per ridistribuire la ricchezza, ma essenziale, per uscire dalla crisi e per un nuovo modello economico. Le sentenze della Corte Europea di Giustizia, cosi come la direttiva Bolkestein, costituiscono un attacco diretto ai contratti collettivi e ai diritti dei lavoratori. Noi ci battiamo, in Italia e in Europa, per difendere e rafforzare i contratti collettivi ed i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Ci battiamo per l’abolizione della direttiva Bolkestein, della direttiva che estende l’orario di lavoro oltre le 65 ore settimanali e di quella per l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. I regolamenti sull’orario di lavoro devono ammettere un massimo di 40 ore settimanali. Chiediamo un salario minimo europeo per evitare il dumping sociale, che rappresenti almeno il 60% della media dei salari nazionali e che non sostituisca i contratti collettivi nazionali. Un reddito minimo per i disoccupati, così come una pensione minima vincolata al salario minimo e automaticamente legata all’aumento del costo della vita sono strumenti indispensabili per garantire una vita dignitosa a tutti e tutte. Per un’ Europa della pace e del disarmo Il mondo che viviamo assiste ad una corsa preoccupante e senza precedenti al riarmo. Riarmo di tutti i tipi, incluso quello nucleare. In Italia, la legge 185 è sotto attacco e ci si appresta a spendere 14 miliardi di euro per 131 nuovi cacciabombardieri. Questa è l’eredità di dieci anni di guerre preventive e umanitarie, in cui si è applicata una politica dei due pesi e delle due misure e con cui si sono scientificamente scardinati i principi del diritto internazionale e il sistema della Nazioni Unite. La responsabilità di quanto accaduto non è solo di Bush e della stagione dei neoconservatori, ma anche della subalternità dell’Europa a questa politica di guerra. L’Europa deve diventare protagonista della ricostruzione di un nuovo equilibrio globale multipolare, attraverso il rilancio delle Nazioni Unite e dei principi della sua carta, per mettere fine alla lunga stagione dell’unilateralismo imperialistico degli USA, perseguito in maniera particolare dall’amministrazione Bush. Come dimostra anche la recente tragedia di Gaza, l’Europa legata alla Nato non è capace di giocare un ruolo autonomo nella politica internazionale, al contrario, rimane prigioniera e complice di guerre e aggressioni. Crediamo che invece l’Europa debba battersi per un processo globale di disarmo, liberando risorse oggi usate per gli armamenti e per finanziare le guerre a favore delle politiche sociali. Le guerre e le occupazioni di Afghanistan ed Iraq devono terminare. I paesi europei ancora coinvolti in questi paesi con proprie truppe devono ritirare i propri contingenti. Ci opponiamo ad ogni ipotesi di una nuova guerra nei confronti dell’Iran. l’Europa deve costruire una soluzione politico diplomatica al contenzioso sul nucleare, lavorando per un Medio Oriente ed un mediterraneo libero da armi di distruzione di massa e da quelle nucleari. Vi è la necessità per l’Europa di rilanciare una cooperazione politico-economica che coinvolga l’intero Mediterraneo come area di sviluppo per il futuro prossimo. Cosi attraverso un Mediterraneo, mare di pace e collaborazione, l’Europa deve aprire una relazione paritaria ed equa con i popoli africani in modo da dare una risposta positiva alle legittime aspettative e bisogni dei popoli europei, mediterranei ed africani. Il Mediterraneo e l’Africa sono il futuro dell’Europa. L’Europa lavori per la soluzione politica e diplomatica dei conflitti, a partire da quello mediorientale, e si impegni per il pieno riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e ad avere il suo stato, come previsto dalle risoluzioni internazionali disattese da Israele da decenni, nei confini del 67 e con Gerusalemme est come sua capitale. Per porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi e all’embargo su Gaza, alla continua annessione di territori attraverso la costruzione del Muro dell’apartheid e l’espansione delle colonie, l’Europa deve sospendere gli accordi commerciali e di cooperazione militare con Israele. Inoltre, l’Europa non può che sostenere il diritto al ritorno sancito dalla risoluzione ONU 194 per i rifugiati palestinesi e lavorare per una sua applicazione. L’Europa deve impegnarsi per il diritto della popolazione Saharawi all’auto-determinazione sulla base delle esistenti Risoluzioni dell’ONU 1754 e 1783, cosi come alla soluzione politica della questione kurda, chiedendo alla Turchia di porre fine alla repressione militare e di avviare un reale processo negoziale. Dopo la caduta dei due blocchi contrapposti Est-Ovest, la NATO è rimasta e si è sviluppata sempre di più come uno strumento funzionale delle amministrazioni statunitensi per le sue strategie egemoniche. L’allargamento della NATO ad Est risponde a questa logica. Un esempio sono gli accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e diversi paesi europei, quale quello con l’Italia per la base militare statunitense di Vicenza, quello con la Polonia e la Repubblica Ceca per il dispie-gamento dei sistemi di difesa missilistici e quelli con la Bulgaria e la Romania sulle nuove basi. Siamo a fianco dei movimenti contro le nuove basi militari, a partire da Vicenza, e contro l’istallazione dello scudo missilistico nell’est europeo. Crediamo che sia venuto il tempo per lo scioglimento della Nato. Ora più che mai, la sicurezza in Europa deve fondarsi sui principi della pace e la sicurezza, del disarmo e della impossibilità di effettuare attacchi offensivi, sulla soluzione politica e civile dei conflitti, all’interno del sistema OSCE, in conformità al diritto internazionale e ai principi di Nazioni Unite riformate e democratizzate. Per un’Europa dell’ambiente, della sovranità alimentare e delle generazioni future Per noi le questioni climatiche e sociali sono correlate. Per questo motivo l’attuale crisi finanziaria ed economica non può essere scissa dalle sfide poste dal cambiamento climatico e all’esigenza di modificare il nostro modello produttivo e consumistico. La risposta alla crisi è anche in un nuovo intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ecologica del sistema produttivo. La crisi ecologica determinata dal modello di sviluppo capitalistico rischia di minare il diritto delle generazioni future alla biodiversità e di poter usufruire delle risorse primarie e ambientali. Siamo a favore di uno sviluppo immediato e consistente di un nuovo trattato internazionale in accordo con il 4° Report prodotto dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico. Chiediamo una piena implementazione degli obblighi firmati e promessi dall’UE in tutti i settori relativi alle politiche climatiche ed energetiche. I seguenti compromessi costituiscono i punti minimi da applicare per poter realizzare gli impegni già assunti: • Ridurre le emissioni globali del 30% entro il 2020 sulla base dei livelli del 1990 e di alme-no l’80% entro il 2050. • Aumentare l’utilizzo di energie rinnovabili di almeno il 25% entro 2020 • Ridurre il consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumentare l’efficienza energetica del 2% annualmente includendo un limite al consumo pro capite. • Introdurre l’obbligo di efficienza per l’industria e per i produttori di beni ad alto consumo di energia. • Limitare il quadro dei sussidi della UE conseguentemente al settore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. Siamo contro la riduzione del protocollo di Kyoto ad un sistema di mercato delle quote di emissione. Occorre invece, per arrivare alla stipula di Kyoto 2 una nuova strategia complessiva che consenta di ridurre le emissioni rendendo più equo e sobrio lo sviluppo. E’ necessario un nuovo paradigma fondato non sulla competizione, ma sulla cooperazione, a partire dal trasferimento tecnologico ai paesi in via di sviluppo, dal finanziamento delle tecnologie pulite e dalle politiche di aggiustamento dei cambiamenti climatici. L’acqua è un diritto fondamentale dell’umanità, un bene universale e l’accesso ad essa deve essere garantito ed inteso come diritto umano e non come una merce. Siamo contro ogni ipotesi di privatizzazione o mercificazione. L’acqua deve essere un bene pubblico. La sovranità, la qualità e la sicurezza alimentari, la multifunzionalità dell’agricoltura devono essere considerati obiettivi strategici di un nuovo modello agricolo europeo finalizzato sempre di più alla tutela dei consumatori, alla valorizzazione dell’agricoltura biologica e dei prodotti tipici, al rifiuto degli OGM, alla salvaguardia della biodiversità, del territorio e del paesaggio, al contrasto del fenomeno di abbandono delle aree agricole e montane, al risparmio delle risorse idriche e al sostegno dello sviluppo rurale. Per un’Europa dei diritti, delle libertà e della laicità Uno dei grandi limiti della costruzione europea è stato il suo carattere ademocratico. Il sistema intergovernativo ha impedito qualsiasi partecipazione dal basso alla decisioni dell’Unione. Una separatezza che rischia di far crescere delusione e scetticismo. E’ necessaria una Unione Europea nella quale tutte le sue istituzioni siano democraticamente legittimate. Deve essere garantita la partecipazione diretta nei processi decisionali europei, con referendum a livello nazionale ed europeo sulle questioni relative alle pietre miliari della stessa UE. Il Parlamento deve avere pieno potere legislativo. Le istituzioni europee (Consiglio, Commissione e Parlamento) devono essere aperte alla partecipazione delle società civili, con la possibilità di esercitare un controllo sulle loro decisioni. Vogliamo un rafforzamento dei diritti individuali e delle libertà così come dei i diritti politici e sociali fondamentali di tutti coloro che vivono nell’UE. L’UE deve sottoscrivere la Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. L’Unione Europea deve proteggere e promuovere i diritti di coloro che sono discriminati a causa della loro origine etnica, orientamento sessuale e identità di genere, di religione, ideologica, disabili, di età, rimuovendo tutti gli impedimenti per una piena uguaglianza, ad iniziare da quelli economici. Vogliamo un’Europa cosmopolita e aperta. Non vogliamo un Europa fortezza. C’è bisogno di una politica comune europea sulle migrazioni e i richiedenti asilo in accordo con la Convenzione di Ginevra. Le persone che fuggono dalle persecuzioni a causa delle loro convinzioni politiche, ideologiche, religiose o dell’ orientamento sessuale, devono trovare protezione ed asilo in Europa. Chiediamo che le persecuzioni basate sul genere e l’orientamento sessuale costituiscano ragione per richiedere asilo e va garantita una protezione specifica per i bambini rifugiati. Per questo, rifiutiamo l’attuale sistema FRONTEX di controllo delle frontiere e chiediamo l’annullamento dei piani relativi alla realizzazione e implementazione della “Direttiva del Ritorno”. I centri di detenzione devono essere chiusi. La libera circolazione in Europa non può essere solo dei capitali, delle merci e dei servizi, ma anche e soprattutto delle persone, considerando le migrazioni – interne ed esterne – come un diritto umano inalienabile e illimitabile, per la ricerca di migliori o comunque diverse condizioni di vita, di lavoro e di sviluppo personale, professionale e sociale, lottando contro ogni tipo di sfruttamento, di dumping sociale o di "guerra tra poveri". L’educazione è un diritto non mercificabile. Va difeso il carattere pubblico e laico della scuola e dell’università, cosi come quello della ricerca culturale e scientifica , svincolata dalle logiche mercantili. Per questo va contrastato il processo di Bologna, che produce una progressiva privatizzazione del settore della conoscenza. Sosteniamo i movimenti studenteschi e degli insegnanti che, in Italia come nel resto d’Europa, sono mobilitati per difendere il carattere pubblico dell’educazione. L’Unione Europea deve rispettare e garantire il principio di eguaglianza dei cittadini rispettando le loro differenze e diversità. Il diritto all'uguaglianza di genere nelle relazioni e alla libertà di orientamento sessuale, va garantito non solo in quanto diritto individuale, ma come una libertà, garantita e difesa dalle Istituzioni europee e dei singoli stati. Tutte le istituzioni pubbliche devono garantire la libertà delle donne e impegnarsi contro tutte le forme di patriarcato. Ogni donna, in ogni paese, deve poter decidere liberamente del proprio corpo, poter esercitare il diritto all'aborto, alla contraccezione, ad una maternità consapevole e all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale. Un' Europa democratica e aperta è una Europa che afferma la laicità come valore irrinunciabile delle sue istituzioni pubbliche. Un’altra Europa per un altro mondo Questa crisi è una crisi globale, non solo europea. L’Europa può dare un contributo alla ridefinizione dei rapporti politici ed economici globali, contribuendo alla costruzione di un modello di sviluppo alternativo di relazioni fra i popoli e gi stati basato sulla giustizia, sulla solidarietà, e non sulla competizione. Mentre in Europa prevale la paura e le destre cavalcano la xenofobia e il razzismo, alimentando la guerra fra poveri, nel mondo e in special modo nel continente latinoamericano, assistiamo ad una primavera della sinistra e della democrazia, ad una affermazione in tutto il continente, dal Brasile del presidente Lula al Venezuela di Chavez, passando per la Bolivia dell’indio Morales al Paraguay del teologo della Liberazione Lugo e all’Ecuador dell’economista Correa, solo per fare pochi esempi, di forze progressiste, comuniste, cattoliche di base e anti liberiste, che costituiscono un laboratorio per un’uscita da sinistra dalla crisi. L’Europa sappia istaurare un rapporto nuovo con questo laboratorio. Un laboratorio possibile anche grazie all’esperienza cubana, che subisce dal 1961 un blocco immorale e illegittimo da parte degli Stati Uniti, condannato quasi all’unanimità per 17 volte dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che, come già chiesto da tutti gli stati latinoamericani, con Lula in testa, va rimosso immediatamente. Ciò che accade in America latina dimostra che cambiare è possibile e che lo sviluppo della democrazia costituisce per tutti i paesi del sub continente un valore irrinunciabile. E’ in quel continente inoltre che più è cresciuto il movimento altermondialista e dei forum sociali, di cui siamo parte e di cui sosteniamo le rivendicazioni per una radicale riforma degli organismi sopranazionali, come l’FMI, la Banca Mondiale e l’OMC che hanno imposto le riforme strutturali e le condizioni per l’espansione di un sistema economico globale che ha aumentato disuguaglianze fra stati e all’interno di questi. Ci batteremo affinché l’Europa cambi la natura e il merito degli accordi commerciali proposti con l’america latina come con il resto del mondo, specialmente l’Africa, in quanto ispirati a criteri neoliberali, asimmetrici ed iniqui di scambio e che produrranno solo altra ingiustizia e povertà. Oggi più che mai torna attuale la questione di un nuovo paradigma per le nostre società. Il capitalismo mostra tutti i suoi limiti: sociali, ambientali, democratici. La domanda sul cosa, come e perché produrre rimette a tema per il futuro la questione del socialismo del XXI secolo. Questi sono i punti programmatici, le idee e i valori che ci uniscono. Una unità sui contenuti che qualifica la nostra lista come l’unica proposta realmente di sinistra e di cambiamento in queste elezioni europee. Il voto a questa lista è un voto contro la destra italiana e alternativo al PD. Il voto a questa lista è un voto per un’altra Europa: dell’uguaglianza e del lavoro, della pace, della giustizia sociale ed ambientale, dei diritti e delle libertà.

lunedì 6 aprile 2009

Sulla vostra coscienza!



Stanotte, alle 3.32, c'è stata una grande scossa di terremonto. Magnitudo 5.8 della scala Richter. Epicentro del sisma nei pressi di L'Aquila: il capoluogo abruzzese ha subito danni incalcolabili, e al momento ci sono già 30 vittime, ma secondo Maroni il numero finale di questa tragedia oscillerà tra le 100 e le 150 vittime. Palazzi crollati, pareti crepate, monumenti dello splendido centro storico aquilano rasi al suolo.

I terremoti non si possono prevedere, si è affrettato a dichiarare il capo della Protezione Civile, il sottosegretario Bertolaso, e subito a ruota è arrivato il commento di sostegno di Berlusconi, che ha anche firmato il decreto che sancisce lo stato d'emergenza. Tutto vero. Tranne che in questo caso.

Ad ottobre 2008, le prime scosse di bassa entità cominciano a far aumentare la tensione e la preoccupazione. Il 14 dicembre 2008, una scossa di magnitudo 2.5 è stata sentita con chiarezza dalla popolazione, la quale nei giorni successivi si è mobilitata chiedendo alle istituzioni di fare qualcosa, monitorare le strutture ed eventualmente metterle in sicurezza, per quanto possibile.

Niente.

Lo "sciame sismico" è continuato nei mesi successivi, e man mano aumentava la potenza delle scosse, oltre alla frequenza (quasi una a settimana). I cittadini continuavano negli appelli alle istituzioni, comunali e regionali.

Niente.

Su YouTube esiste un video datato 13 febbraio 2009 (cliccare qui per vederlo) nel quale alcuni ragazzi raccontano i loro momenti di paura.

Niente.

Lunedì scorso, una scossa di magnitudo 4 ha fatto tremare gli abruzzi: cittadini in piazza, si chiede a gran voce di fare qualcosa, di intervenire, di mettere in sicurezza le strutture, di sgomberare i palazzi a rischio crollo.

Niente.

Tre giorni fa, Giampaolo Giuliani, tecnico e ricercatore presso il laboratorio nazionale di fisica del Gran Sasso, è stato minacciato di denuncia per "allarme ingiustificato": aveva dichiarato che lo sciame sismico non aveva ancora raggiunto l'apice, e che quindi il rischio di una scossa molto più potente e pericolosa fosse attuale e prossimo. In una intervista ad una emettente televisiva locale Gliuliani aveva parlato del suo lavoro presso il laboratorio e della messa a punto di uno strumento chiamato "Rivelatore Gamma" che permetterebbe di rilevare con un anticipo di 6-24 ore l'arrivo di un terremoto.

Niente.

Stanotte, la scossa più pesante. Ora Bertolaso sta correndo a L'Aquila. Berlusconi lo raggiungerà a breve. Che vanno a fare? A dimostrare che "lo Stato è presente"? Che vergogna...

Le istituzioni hanno sulla coscienza questa tragedia!

domenica 5 aprile 2009

Un'altra Genova?



LONDRA - Ci sono voluti cinque giorni, ma la verità sulla morte misteriosa di un uomo durante la "battaglia" di mercoledì scorso nella City tra dimostranti e polizia comincia finalmente ad emergere. La Independent Police Complaints Commission (Ipcc), una commissione governativa indipendente che ha la supervisione del comportamento della polizia, ha ricevuto testimonianze oculari secondo cui la vittima è crollata al suolo dopo essere stata assalita da agenti anti-sommossa armati di manganelli. Come riportato per primo giovedì da Repubblica citando fonti dei manifestanti che dicevano "lo hanno ucciso", Ian Tomlinson, un edicolante di 47 anni che tornava a casa dal lavoro, avrebbe dunque perso la vita a causa delle forze dell'ordine, non per un infarto sofferto per caso mentre si trovava nelle vicinanze degli scontri tra no-global e poliziotti come riportato finora da Scotland Yard. La commissione independente non ha ancora reso noto il suo rapporto sulla vicenda, al termine del quale deciderà se aprire un'indagine giudiziaria ufficiale per individuare i responsabili di una "morte sospetta", ovvero di un possibile omicidio. Ma ieri l'Observer, edizione domenicale del quotidiano Guardian, ha a sua volta pubblicato tre resoconti, forse degli stessi testimoni che hanno deposto davanti alla Ipcc, in cui si afferma che Tomlinson fu attaccato "violentemente" dagli agenti. Uno di questi sostiene che l'uomo è stato colpito pesantemente alla testa con un manganello. Un altro riferisce che è stato spinto alle spalle dai poliziotti con una forza tale da fargli sbattere la testa per terra. E uno di questi testimoni ha dato al giornale anche fotografie scattate sulla scena, in cui si vede l'edicolante a terra, inerme, circondato da poliziotti con caschi, scudi e manganelli: fa un gesto come per protestare o ripararsi. Successivamente al suo fianco c'è un giovane in abiti borghesi che, secondo i resoconti, lo ha aiutato a rialzarsi. Ma i testimoni concordano che dopo aver mosso qualche passo barcollando, Tomlinson si è accasciato di nuovo al suolo: e non ha mai più ripreso conoscenza.
Dice all'Observer Anna Branthwaite, una esperta fotoreporter: "Ricordo bene di averlo visto. Veniva spintonato da dietro da un poliziotto in assetto anti-sommossa, due o tre minuti prima che perdesse i sensi. Non era un esagitato o un provocatore, ma la polizia sembrava aver perso il controllo. Gli agenti avevano chiuso la zona della manifestazione, non lasciavano entrare o uscire nessuno, ma qualche passante riusciva lo stesso a filtrare trai cordoni di poliziotti. Tomlinson era uno di questi". E' una tattica che i dimostranti hanno definito come "chiuderci in gabbia", usata anche in altri paesi in occasione di manifestazioni di protesta: accadde anche al G8 di Genova, e ora fortemente criticata dalla stampa inglese, che accusa la polizia di metodi brutali che hanno fatto salire la tensione e incentivato gli scontri. Un altro testimone oculare, Amiri Howe, 24 anni, ricorda di aver visto un agente picchiare Tomlinson "vicino alla testa" con un manganello: è lui che ha scattato le foto dell'episodio pubblicate dall'Observer. Dice una donna, di cui il giornale non rivela il nome ma che ha testimoniato alla commissione indipendente: "L'ho visto cadere a terra, dopo essere stato violentemente spintonato in avanti. da un poliziotto. Ho notato che cadendo ha sbattuto in modo orrendo la fronte sul marciapiede. Ne sono rimasta fortemente impressionata". E un'altra donna, Natalie Langord, 21 anni, riferisce i suoi ultimi attimi di vita: "Barcollava, pareva disorientato, poi è crollato al suolo. Ho chiesto a un mio amico di soccorrerlo". E' a questo punto che alcuni manifestanti hanno chiamato altri poliziotti, che hanno inviato sul posto due infermieri, i quali hanno inutilmente tentato di rianimare Tomlinson e poi hanno fatto arrivare un ambulanza: ma l'uomo è arrivato morto in ospedale. Era sposato, ma viveva da solo in un ostello nei pressi della City. David Howart, deputato del partito liberal-democratico, afferma che "dovrà esserci una piena inchiesta giudiziaria, è possibile che quest'uomo sia stato ucciso dalla polizia".

sabato 4 aprile 2009

Strasburgo brucia



Violentissimi scontri a Strasburgo, in occasione del vertice Nato. La polizia spara lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d'uomo: 50 i feriti, fino alle 15:30 di oggi. Black Block in azione, e molti manifestanti hanno urlato coi megafoni di isolare i gruppi più violenti. Forze dell'ordine incapaci di garantire un minimo di ordine pubblico, ed il corretto svolgimento delle manifestazioni autorizzate.

Paghi la crisi chi l'ha provocata!



Oggi sciopero indetto dalla CGIL, a cui moltissimi movimenti e partiti hanno massicciamente aderito. Addirittura ci sarà anche Franceschini, insieme a circa un centinaio di esponenti del PD. Meglio tardi che mai...

Tutta la sinistra in piazza. Ma non è una manifestazione politica, sia chiaro. E' una manifestazione SINDACALE, a cui i partiti danno giustamente sostegno. La Tiburtina è un mare di bandiere rosse, Roma Termini è paralizzata, sulla Cristoforo Colombo si intonano i canti di un tempo, e il Circo Massimo si sta già riempiendo all'inverosimile.

Vedremo i numeri: per la questura saremo 10 mila, per il TG4 saremo 15-20. Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti.

Per Brunetta, questo sciopero è una scampagnata.
Una scampagnata in più che "non fa male" all'economia e ai consumi. Così il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, si è riferito alla manifestazione della Cgil.
Poi se qualcuno si inkazza, la colpa di chi è???
Unità
Moltissimi chiedo l'unità della triplice sindacale. Si spera che Cisl e Uil smettano di stare con un piede in piazza e l'altro in poltrona. Con questo governo, con queste politiche, su questi progetti, non c'è possibilità di dialogo: c'è solo la lotta, unitaria e compatta, delle sigle sindacali e la rinascita politica di una Sinistra che sia, sic rebus stantibus, alternativa anche al PD.